L'alibi perfetto di una memoria che fa "ginnastica"
Chi ha rubato l'agenda rossa di Paolo Borsellino? Chi se ne serve, da
quindici anni, probabilmente a scopo di ricatto? Se non cerchiamo di
rispondere a queste domande, non possiamo dirci cittadini italiani
consapevoli, ma soprattutto non possiamo illuderci di aver onorato la
memoria di Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta
assassinati 15 anni fa in via D'Amelio con l'ennesima esplosione stragista
della storia repubblicana.
La memoria e' importante. Ma attenzione: la "ginnastica della memoria"
rischia di trasformare la memoria in uno sterile esercizio di
autocommiserazione. Non bastano piu' i rituali commemorativi a base di
retorica, passerelle, applausi e commozione per poi tornare a casa e
ricominciare tutto come prima. Perche' i rituali producono quella melassa
emozionale che e' il fertilizzante delle fiction antimafia, tanto di moda
oggi: quelle agiografie ad uso e consumo della buona coscienza nazionale,
che hanno il pregio di informare l'opinione pubblica, ma il difetto di
banalizzare la storia perche' divulgano verita' di comodo, che in genere non
offendono nessuno, che non mettono nulla in discussione, ma siccome fanno
audience, allora vanno bene lo stesso.
La memoria distorta non aiuta a capire. E la verita' ufficiale, se non e'
verita' fino in fondo, e' disinformazione. Nel suo libro "La Camera Chiara",
Roland Barthes scriveva: "
La storia e' isterica: essa prende forma solo
se la si guarda, e per guardarla bisogna esserne esclusi". Quindici anni
sono un periodo lungo. Molti giovani oggi sono realmente "esclusi" da
quella storia di morte, ma forse proprio per questo possono guardarla con
un atteggiamento sinceramente aperto e interessato ad una verita' completa,
ad una verita' senza compromessi, quale essa sia. Molti giovani, oggi, non
sanno neppure cosa sono state le stragi del '92 e del '93 in Italia,
perche' ci sono state, da chi siano state volute, chi siano stati gli
esecutori, chi possano essere i "mandanti occulti". Parlarne e ricordarle e'
sempre una buona cosa per conoscere, per capire, perche' non succeda piu'.
Ma non basta.
Noi non ci stanchiamo di ripetere che dietro le stragi del 1992 e del
1993, 1000 chili di tritolo stragista confezionato con composti militari,
oltre venti morti, cento feriti, eseguite da Cosa Nostra e dai soliti
ignoti committenti, c'e' la coscienza sporca del nostro presente, perche'
dietro quelle stragi c'e' la genesi della nostra Seconda Repubblica che,
come ripete da anni il pm Antonio Ingroia, ex allievo prediletto di Paolo
Borsellino, "affonda i suoi pilastri nel sangue".
Non ci stanchiamo di ripetere che quelle stragi sono state il folle
rilancio di una partita (che qualcuno ha definito "trattativa") giocata da
raffinatissime menti criminali, che hanno messo lo Stato Italiano sotto
scacco per occupare le istituzioni, traballanti dopo Tangentopoli e il
crollo dei partiti tradizionali, e conquistare una posta tutta politica:
l'abolizione del 41 bis, l'abolizione dell'ergastolo, l'abolizione della
confisca dei beni, la revisione dei processi, leggi piu' favorevoli al
rientro dall'estero e alla gestione di ingenti capitali di provenienza
oscura.
Il guaio e' che, cessate di colpo le stragi, con la nascita della
Seconda Repubblica, poco alla volta, una botta da destra e una da sinistra,
queste richieste sono diventate materia di riforme, di autentiche
concessioni, ovvero leggi dello Stato, in nome di un garantismo ipertrofico
che non si capisce a chi debba servire se non agli stessi manovratori
occulti della strategia della tensione, alle stesse centrali del potere
criminale. Perche'?
Quale eredita' hanno lasciato le stragi del '92 e del '93 nelle
stanze del potere in Italia?
La paura di un nuovo Novantadue, oggi, torna ad agitare il paese: dai
veleni del caso Bnl-Unipol, alla nuova contrapposizione tra politica e
magistratura, tra ceto politico e informazione, fino all' allarme lanciato
recentemente sul ritorno all' operativita' di una "nuova P2", o meglio di un
"agglomerato oscuro" che si muove in una logica di ricatto, un "network di
potere" in possesso di un disegno strategico per indebolire i partiti, per
minare la loro credibilita', proprio come avvenne quindici anni fa, con
Tangentopoli, in un clima di destabilizzazione sempre piu' forte culminato
poi nella stagione delle stragi. Pensiamo al caso Visco-Speciale, allo
spionaggio militare, alla "control room" di Telecom, al dossieraggio
diffuso, alle campagne di discredito contro Prodi prima delle elezioni 2006.
Lo stesso Ingroia, recentemente, in un'intervista TV, ha giudicato la
politica italiana una politica "debole", sottolineando la necessita' della
massima vigilanza democratica, per evitare il pericolo di una "spallata"
alle istituzioni, nuovamente e tristemente attuale nel paese. La storia,
insomma, si ripete, sia pure con le dovute differenze, quindici anni dopo le
stragi. E' questa l'eredita' che pesa come una zavorra sul destino della
Seconda Repubblica?
I protagonisti della politica italiana vogliono davvero davvero provare
ad avvicinarsi alla verita' completa sullo stragismo del '92 e del '93? I
potenti della "casta", i ministri, i senatori e i deputati italiani,
vogliono veramente lavorare al perfezionamento del percorso di verita'
avviato dalla magistratura e purtroppo rimasto tuttora incompleto? Come mai
l'indifferenza, l'ostruzionismo, l'ottusita' e la distrazione, le
"apparenti ingenuita'" degli apparati istituzionali preposti alla
protezione di Paolo Borsellino, quelle omissioni colpevoli che quindici anni
fa portarono alla morte del procuratore aggiunto di Palermo, non hanno
finora suscitato una mobilitazione politica, vera, concreta, alla ricerca
della verita' ulteriore su quell'eccidio?
Perche' nessuno all'interno dei partiti, all'interno del Parlamento,
all'interno del governo di centro-sinistra, raccoglie la richiesta,
piu' volte avanzata da Rita Borsellino, di istituire una commissione
parlamentare d'inchiesta che scavi sui misteri ancora irrisolti delle
stragi del '92 e del '93?
C'entra, con questa apatia istituzionale, quell'agenda rubata, forse a
scopo di ricatto? I protagonisti occulti di quella stagione di terrore e di
trattative sommerse, rimasti impuniti, oggi dove sono? E i loro complici, i
garanti del silenzio, si muovono ancora indisturbati nelle stanze dei
bottoni? E' per questo che le stragi sembrano destinate a restare "buchi
neri" della nostra storia recente?
Se non proviamo a rispondere a questi interrogativi, se non proviamo a
pretendere una risposta da chi ha il potere e il dovere di rispondere alle
nostre domande, non potremo dire di aver onorato la memoria di Paolo
Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta, assassinati a Palermo con
una strage al tritolo.
Ne' con una Messa, ne' con una corona di fiori, ne' tanto meno con una
fiction, sia pure d'autore.
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Sandra Rizza
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Giuseppe Lo Bianco
La nomina di Di Pisa
OLTRAGGIO A FALCONE
Ogni anno, nella ricorrenza della strage di via d’Amelio, si trova il
modo di commemorare
Borsellino e
Falcone.
Quattro anni fa l’estromissione dal pool
antimafia
palermitano dei loro amici e allievi prediletti. Due anni fa il reintegro in
Cassazione del loro nemico giurato
Corrado
Carnevale. Ma quest’anno, va detto, il
Csm
si è superato. L’altroieri è riuscito a nominare
procuratore capo di Marsala il celebre
Alberto Di Pisa,
altro avversario irriducibile di Falcone, preferendolo ad
Alfredo
Morvillo, che di Falcone è pure il cognato e che ha dovuto
lasciare l’incarico di procuratore aggiunto a Palermo per la
scriteriata controriforma
Castelli-
Mastella.
Di Pisa è prevalso al plenum per un solo voto perché più
«anziano» di Morvillo.
Lo stesso motivo che nel ’90 indusse il Csm a nominare
Antonino
Meli a capo dell’ufficio istruzione di Palermo contro il
più esperto ma più giovane Falcone. Lo stesso motivo che nel
1989 aveva indotto
Leonardo Sciascia ad attaccare
sciaguratamente Borsellino sul
Corriere come «professionista dell’antimafia»,
per essere stato preferito a un collega più vecchio proprio come
procuratore di Marsala. Ora, vent’anni dopo, l’anzianità
torna a prevalere sul merito grazie ai laici del centrodestra, ai togati di
MI e di Unicost e al soccorso rosso della laica Ds
Tinelli.
Chi è Di Pisa? L’ex pm del pool Antimafia di Palermo che
Falcone considerava l’autore delle lettere anonime del
«corvo» nei mesi dei veleni a palazzo di giustizia. Lettere che
accusavano Falcone e
De Gennaro di manipolare i pentiti e
di aver addirittura consentito a
Totuccio Contorno di
tornare a Palermo per assassinare i nemici della sua famiglia. Per quelle
lettere Di Pisa fu processato a Caltanissetta: condannato in primo grado
perché un’impronta rinvenuta sulle lettere del corvo
corrispondeva in molti punti con la sua, comparata con una sua prelevata di
nascosto dall’alto commissario
Domenico Sica su una
tazzina di caffè. In appello fu poi assolto perché quella
prova fu giudicata inutilizzabile. Dunque, per la legge, Di Pisa è
innocente.
Ma, anche dimenticando quella vicenda, restano e pesano come macigni le
terribili accuse lanciate da Di Pisa a Falcone nell’audizione al Csm
il 21 settembre 1989, quando fu chiamato a rispondere della sua fama di
«anonimista» impenitente raccontata da alcuni colleghi. Quel
giorno Di Pisa dichiarò quanto segue: «Disapprovo la gestione
dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente
giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il
ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze
istituzionali, l’interferenza del giudice con la funzione
dell’organo di polizia giudiziaria. Falcone prese contatti e impegni
con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti
provvedimenti di competenza della corte d’appello (....) Il GI
(Falcone) si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia. Emerge la
figura del giudice “planetario” che si occupa di tutto e di tutti,
invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla
Procura, indaga al di là di quello che è il processo. Una
gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare
aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a
Buscetta e Contorno, un rapporto confidenziale, una logica distorta
tra inquirente e mafioso. Falcone fece pervenire tramite De Gennaro a Contorno
e Buscetta i suoi complimenti per il modo sicuro in cui si erano comportati
(al maxiprocesso, ndr). Voleva un ruolo passivo per il pm che assisteva agli
interrogatori. La gestione dei pentiti e il contatto con gli stessi è
stato sempre monopolio esclusivo del collega Falcone e di De Gennaro. Io
avevo manifestato una differenziazione tra una posizione garantista e quella
sostanzialista (di Falcone,
ndr). Per carità, non voglio
insinuare nulla, ma in tutti gli interrogatori dei pentiti, di Buscetta,
di Contorno, di
Calderone, non vi sono contestazioni: tutto
un discorso che fila, mai un rilievo, mai una contraddizione fatta rivelare
dall’imputato». E ancora: Di Pisa accusò Falcone di
condotte «di inaudita gravità» e di «stravolgere
le regole e le competenze istituzionali», nonché di
«intrecci e alleanze con i giornalisti».
Accuse che toccheranno, uguali identiche, ai successori di Falcone,
cioè a
Caselli e ai suoi uomini, ai quali verrà
addirittura rinfacciata «l’eredità di Falcone»,
divenuto dopo morto ammazzato un cadavere da gettare addosso a
chi aveva raccolto la sua eredità. Ora si fa un altro passo indietro:
si premia chi quelle accuse lanciava non a Caselli e agli altri pm antimafia
che hanno avuto il torto di restare vivi, ma all’eroico Falcone. Del
resto, oggi, il nuovo eroe è
Vittorio Mangano
L’Unità - 18 luglio 2008
--
Marco Travaglio
Un vecchio articolo di Marco Travaglio che fa il
punto della situazione, sempre sulla strage di via D'Amelio, l'omicidio
del giudice Borsellino, ed i retroscena politici dell'epoca.
Ancora “non abbassare la guardia”. Ancora “non lasciare
nulla di intentato”. Ancora “
farepiena luce”.
Ancora “il dovere di onorare la memoria”. Ancora “il
“commosso e deferente omaggio”. Ancora i “valori fondanti
della Repubblica”. Ancora parole, milioni di parole vuote e stanche
per commemorare per la quindicesima volta le vittime di via d’Amelio,
come 57 giorni fa quelle di Capaci. Ormai, più che una commemorazione,
è una passerella di wandeosiris a favore di telecamera che, mentre
son li che lacrimano, pensano alla carriera, alle primarie, alle elezioni,
o magari a non far tardi all’appuntamento col capomafia. L’altro
giorno, come ogni anno da 15 anni, s’è fatta un giretto a
Palermo la commissione Antimafia, quella che per combatter meglio la
mafia ha imbarcato due corrotti conclamati. Il solito tour per la
città, la solita audizione dei pm della
Dda, ma
avendo cura di non chiedere nulla su mafia & politica: pare brutto
parlare di corda in casa dell’impiccato. Del resto, mica deve
occuparsi di mafia e politica, la commissione parlamentare antimafia.
Né tantomeno dei mandanti occulti delle stragi che, 15 anni dopo,
sono ancora a piede libero. L’illustre consesso è molto
interessato ai rapporti tra i boss palermitani e alcuni antichi ruderi della
Cosa Nostra italoamericana. Roba forte, roba che scotta. Un po’ di
folklore per rimpiazzare i pizzini in codice di
Provenzano
col contorno di dentiere, cicorie, pannoloni e ricottine su cui
s’è campato un anno, ora che si scopre che non c’era
nessun codice cifrato (e ora chi lo dice al
pm Prestipino,
che sul “Codice Provenzano” ha appena scritto un libro?).
Finirà che lo faranno scappare, il vecchio Binnu, per poterlo
ricatturare un’altra volta e imbastirci sopra qualche decina di
premiazioni, decorazioni, fiction e speciali “
Porta a Porta
”. Sempre per parlar d’altro. Sempre per distrarre
l’attenzione dalle cose serie, che ormai sembrano interessare solo ai
familiari delle vittime, quasi che la scoperta dei mandanti fosse una
questione privata.
Agnese Borsellino, vedova di Paolo, ha
finito le lacrime, ma soprattutto le parole.
Rita, la
sorella, riesce ancora a dire: “Dov’è la politica nella
lotta alla mafia? Io la cerco, ma non riesco a trovarla”.
Salvatore, il fratello, ha scritto una lettera aperta a chi, 15
anni dopo, deve ancora delle risposte alla memoria di Paolo. Come
l’allora procuratore
Giammanco, che “non dispose
la bonifica né la zona di rimozione in via d’Amelio”.
Come l’allora ministro dell’Interno
Nicola Mancino
, ora vicepresidente del
Csm, che - risulta
dall’agenda grigia del giudice -
“incontrò Paolo nei
giorni immediatamente precedenti la sua morte”.
Borsellino
fu chiamato due volte al Viminale mentre interrogava il pentito
Gaspare Mutolo, intenzionato a raccontargli qualche
decennio di mafia-politica-istituzioni e a parlargli per primo di
Andreotti e
Bruno Contrada. La prima fu il 1
luglio, quando Borsellino incontrò Mancino e il capo della Polizia
Parisi. La seconda - lo confermarono un uomo della scorta
e lo stesso Parisi in due interviste ritrasmesse ieri da
Arcangelo
Ferri su
Rainews24 - rivide il capo della polizia.
Una delle due volte, vide anche Contrada e, parola di Mutolo, tornò
“sconvolto”. Mancino “esclude” l’incontro ma
non “un saluto”. Strano: testimonianze unanimi parlano di una
convocazione improvvisa al Viminale che costrinse Borsellino a lasciare a
metà l’interrogatorio. Salvatore Borsellino chiede “uno
sforzo di memoria” ai tanti smemorati dal 1992, quando “nello
studio di un ministro fu prospettato a Paolo un patto di non belligeranza
tra Stato e mafia, e Paolo sdegnosamente si oppose”. Quando due
ufficiali del
Ros,
Mori e
De
Donno, andarono a trattare con l’ex sindaco mafioso di
Palermo,
Vito Ciancimino, perché facesse da tramite
con i corleonesi. Cioè con chi aveva appena ammazzato
Falcone
, di lì a poco avrebbe ucciso Borsellino e l’anno dopo
avrebbe messo a ferro e fuoco l’Italia con le bombe di Roma, Milano e
Firenze. Quando, secondo la Procura di Caltanissetta, uomini dei servizi
segreti ebbero parte nelle stragi. Al governo, tra il ‘92 e il
‘93, c’era
Amato. Ministri dell’Interno e
della Difesa,
Scotti e
Andò. Sono
tutti e tre nel centrosinistra, come Mancino. Se non seppero nulla di quelle
trattative, furono dei pessimi ministri. Se ne seppero qualcosa, furono
altrettanto pessimi. Ma chi sa, 15 anni dopo, potrebbe finalmente spiegarci
cos’accadde in quei mesi terribili.
"ULIWOOD PARTY" - 20 luglio 2007
--
Marco Travaglio
Il caso Borsellino: la versione di Mancino
Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, mi ha fatto una lunga
telefonata per rispondere all' Uliwood party di venerdì
sulla morte di Paolo Borsellino. Mi ha spiegato di aver ricontrollato la sua
agenda del 1992 e di non avervi trovato alcun appuntamento col giudice poi
assassinato. Mi ha ribadito di non averlo mai incontrato di persona, anche
se non può escludere che, nella concitazione di quel giorno - la
cerimonia del suo insediamento al Viminale - l’allora capo della
Polizia Parisi gliel’abbia presentato fugacemente per una stretta di
mano. Ma ha escluso di avere avuto con lui un colloquio anche brevissimo. Mi
ha detto di aver già riferito queste circostanze per ben due volte
alla Procura di Caltanissetta e s’è dichiarato dispiaciuto e
stupito per la lettera aperta di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo,
che lo chiamava in causa a proposito dell’agenda del giudice, che in
data 1 luglio ‘92 annotava un appuntamento col ministro
dell’Interno. Mi ha aggiunto di non aver mai saputo nulla di trattative
tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra («se me le avessero proposte,
come in un caso un autorevole personaggio aveva fatto a proposito della
camorra, le avrei respinte con forza al mittente»). Ora, fermo restando
che avevo chiesto anche a Mancino, come agli altri ministri che gestirono i
servizi segreti e l’ordine pubblico nei mesi roventi delle stragi e
delle trattative tra Stato e mafia, uno sforzo supplementare di memoria
proprio in risposta alla lettera aperta di Salvatore Borsellino, ringrazio
il vicepresidente Mancino per la tempestività e per la cortesia della
sua risposta. E mi auguro che le altre autorità o ex autorità
chiamate in causa dal fratello di Borsellino facciano altrettanto, per
illuminare i tanti buchi neri che ancora costellano quella storia di terrore
e di sangue.