L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino
2008


agenda rossa borsellino Presentazione del libro "L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino"



L'alibi perfetto di una memoria che fa "ginnastica"


Chi ha rubato l'agenda rossa di Paolo Borsellino? Chi se ne serve, da quindici anni, probabilmente a scopo di ricatto? Se non cerchiamo di rispondere a queste domande, non possiamo dirci cittadini italiani consapevoli, ma soprattutto non possiamo illuderci di aver onorato la memoria di Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta assassinati 15 anni fa in via D'Amelio con l'ennesima esplosione stragista della storia repubblicana.
La memoria e' importante. Ma attenzione: la "ginnastica della memoria" rischia di trasformare la memoria in uno sterile esercizio di autocommiserazione. Non bastano piu' i rituali commemorativi a base di retorica, passerelle, applausi e commozione per poi tornare a casa e ricominciare tutto come prima. Perche' i rituali producono quella melassa emozionale che e' il fertilizzante delle fiction antimafia, tanto di moda oggi: quelle agiografie ad uso e consumo della buona coscienza nazionale, che hanno il pregio di informare l'opinione pubblica, ma il difetto di banalizzare la storia perche' divulgano verita' di comodo, che in genere non offendono nessuno, che non mettono nulla in discussione, ma siccome fanno audience, allora vanno bene lo stesso.
La memoria distorta non aiuta a capire. E la verita' ufficiale, se non e' verita' fino in fondo, e' disinformazione. Nel suo libro "La Camera Chiara", Roland Barthes scriveva: "La storia e' isterica: essa prende forma solo se la si guarda, e per guardarla bisogna esserne esclusi". Quindici anni sono un periodo lungo. Molti giovani oggi sono realmente "esclusi" da quella storia di morte, ma forse proprio per questo possono guardarla con un atteggiamento sinceramente aperto e interessato ad una verita' completa, ad una verita' senza compromessi, quale essa sia. Molti giovani, oggi, non sanno neppure cosa sono state le stragi del '92 e del '93 in Italia, perche' ci sono state, da chi siano state volute, chi siano stati gli esecutori, chi possano essere i "mandanti occulti". Parlarne e ricordarle e' sempre una buona cosa per conoscere, per capire, perche' non succeda piu'. Ma non basta.
Noi non ci stanchiamo di ripetere che dietro le stragi del 1992 e del 1993, 1000 chili di tritolo stragista confezionato con composti militari, oltre venti morti, cento feriti, eseguite da Cosa Nostra e dai soliti ignoti committenti, c'e' la coscienza sporca del nostro presente, perche' dietro quelle stragi c'e' la genesi della nostra Seconda Repubblica che, come ripete da anni il pm Antonio Ingroia, ex allievo prediletto di Paolo Borsellino, "affonda i suoi pilastri nel sangue".
Non ci stanchiamo di ripetere che quelle stragi sono state il folle rilancio di una partita (che qualcuno ha definito "trattativa") giocata da raffinatissime menti criminali, che hanno messo lo Stato Italiano sotto scacco per occupare le istituzioni, traballanti dopo Tangentopoli e il crollo dei partiti tradizionali, e conquistare una posta tutta politica: l'abolizione del 41 bis, l'abolizione dell'ergastolo, l'abolizione della confisca dei beni, la revisione dei processi, leggi piu' favorevoli al rientro dall'estero e alla gestione di ingenti capitali di provenienza oscura.
Il guaio e' che, cessate di colpo le stragi, con la nascita della Seconda Repubblica, poco alla volta, una botta da destra e una da sinistra, queste richieste sono diventate materia di riforme, di autentiche concessioni, ovvero leggi dello Stato, in nome di un garantismo ipertrofico che non si capisce a chi debba servire se non agli stessi manovratori occulti della strategia della tensione, alle stesse centrali del potere criminale. Perche'?
Quale eredita' hanno lasciato le stragi del '92 e del '93 nelle stanze del potere in Italia?
La paura di un nuovo Novantadue, oggi, torna ad agitare il paese: dai veleni del caso Bnl-Unipol, alla nuova contrapposizione tra politica e magistratura, tra ceto politico e informazione, fino all' allarme lanciato recentemente sul ritorno all' operativita' di una "nuova P2", o meglio di un "agglomerato oscuro" che si muove in una logica di ricatto, un "network di potere" in possesso di un disegno strategico per indebolire i partiti, per minare la loro credibilita', proprio come avvenne quindici anni fa, con Tangentopoli, in un clima di destabilizzazione sempre piu' forte culminato poi nella stagione delle stragi. Pensiamo al caso Visco-Speciale, allo spionaggio militare, alla "control room" di Telecom, al dossieraggio diffuso, alle campagne di discredito contro Prodi prima delle elezioni 2006. Lo stesso Ingroia, recentemente, in un'intervista TV, ha giudicato la politica italiana una politica "debole", sottolineando la necessita' della massima vigilanza democratica, per evitare il pericolo di una "spallata" alle istituzioni, nuovamente e tristemente attuale nel paese. La storia, insomma, si ripete, sia pure con le dovute differenze, quindici anni dopo le stragi. E' questa l'eredita' che pesa come una zavorra sul destino della Seconda Repubblica?
I protagonisti della politica italiana vogliono davvero davvero provare ad avvicinarsi alla verita' completa sullo stragismo del '92 e del '93? I potenti della "casta", i ministri, i senatori e i deputati italiani, vogliono veramente lavorare al perfezionamento del percorso di verita' avviato dalla magistratura e purtroppo rimasto tuttora incompleto? Come mai l'indifferenza, l'ostruzionismo, l'ottusita' e la distrazione, le "apparenti ingenuita'" degli apparati istituzionali preposti alla protezione di Paolo Borsellino, quelle omissioni colpevoli che quindici anni fa portarono alla morte del procuratore aggiunto di Palermo, non hanno finora suscitato una mobilitazione politica, vera, concreta, alla ricerca della verita' ulteriore su quell'eccidio?
Perche' nessuno all'interno dei partiti, all'interno del Parlamento, all'interno del governo di centro-sinistra, raccoglie la richiesta, piu' volte avanzata da Rita Borsellino, di istituire una commissione parlamentare d'inchiesta che scavi sui misteri ancora irrisolti delle stragi del '92 e del '93?
C'entra, con questa apatia istituzionale, quell'agenda rubata, forse a scopo di ricatto? I protagonisti occulti di quella stagione di terrore e di trattative sommerse, rimasti impuniti, oggi dove sono? E i loro complici, i garanti del silenzio, si muovono ancora indisturbati nelle stanze dei bottoni? E' per questo che le stragi sembrano destinate a restare "buchi neri" della nostra storia recente?
Se non proviamo a rispondere a questi interrogativi, se non proviamo a pretendere una risposta da chi ha il potere e il dovere di rispondere alle nostre domande, non potremo dire di aver onorato la memoria di Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta, assassinati a Palermo con una strage al tritolo.
Ne' con una Messa, ne' con una corona di fiori, ne' tanto meno con una fiction, sia pure d'autore.


-- Sandra Rizza
-- Giuseppe Lo Bianco

La nomina di Di Pisa

OLTRAGGIO A FALCONE

Ogni anno, nella ricorrenza della strage di via d’Amelio, si trova il modo di commemorare Borsellino e Falcone. Quattro anni fa l’estromissione dal pool antimafia palermitano dei loro amici e allievi prediletti. Due anni fa il reintegro in Cassazione del loro nemico giurato Corrado Carnevale. Ma quest’anno, va detto, il Csm si è superato. L’altroieri è riuscito a nominare procuratore capo di Marsala il celebre Alberto Di Pisa, altro avversario irriducibile di Falcone, preferendolo ad Alfredo Morvillo, che di Falcone è pure il cognato e che ha dovuto lasciare l’incarico di procuratore aggiunto a Palermo per la scriteriata controriforma Castelli-Mastella. Di Pisa è prevalso al plenum per un solo voto perché più «anziano» di Morvillo.
Lo stesso motivo che nel ’90 indusse il Csm a nominare Antonino Meli a capo dell’ufficio istruzione di Palermo contro il più esperto ma più giovane Falcone. Lo stesso motivo che nel 1989 aveva indotto Leonardo Sciascia ad attaccare sciaguratamente Borsellino sul Corriere come «professionista dell’antimafia», per essere stato preferito a un collega più vecchio proprio come procuratore di Marsala. Ora, vent’anni dopo, l’anzianità torna a prevalere sul merito grazie ai laici del centrodestra, ai togati di MI e di Unicost e al soccorso rosso della laica Ds Tinelli.
Chi è Di Pisa? L’ex pm del pool Antimafia di Palermo che Falcone considerava l’autore delle lettere anonime del «corvo» nei mesi dei veleni a palazzo di giustizia. Lettere che accusavano Falcone e De Gennaro di manipolare i pentiti e di aver addirittura consentito a Totuccio Contorno di tornare a Palermo per assassinare i nemici della sua famiglia. Per quelle lettere Di Pisa fu processato a Caltanissetta: condannato in primo grado perché un’impronta rinvenuta sulle lettere del corvo corrispondeva in molti punti con la sua, comparata con una sua prelevata di nascosto dall’alto commissario Domenico Sica su una tazzina di caffè. In appello fu poi assolto perché quella prova fu giudicata inutilizzabile. Dunque, per la legge, Di Pisa è innocente.
Ma, anche dimenticando quella vicenda, restano e pesano come macigni le terribili accuse lanciate da Di Pisa a Falcone nell’audizione al Csm il 21 settembre 1989, quando fu chiamato a rispondere della sua fama di «anonimista» impenitente raccontata da alcuni colleghi. Quel giorno Di Pisa dichiarò quanto segue: «Disapprovo la gestione dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze istituzionali, l’interferenza del giudice con la funzione dell’organo di polizia giudiziaria. Falcone prese contatti e impegni con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti provvedimenti di competenza della corte d’appello (....) Il GI (Falcone) si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia. Emerge la figura del giudice “planetario” che si occupa di tutto e di tutti, invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla Procura, indaga al di là di quello che è il processo. Una gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno, un rapporto confidenziale, una logica distorta tra inquirente e mafioso. Falcone fece pervenire tramite De Gennaro a Contorno e Buscetta i suoi complimenti per il modo sicuro in cui si erano comportati (al maxiprocesso, ndr). Voleva un ruolo passivo per il pm che assisteva agli interrogatori. La gestione dei pentiti e il contatto con gli stessi è stato sempre monopolio esclusivo del collega Falcone e di De Gennaro. Io avevo manifestato una differenziazione tra una posizione garantista e quella sostanzialista (di Falcone, ndr). Per carità, non voglio insinuare nulla, ma in tutti gli interrogatori dei pentiti, di Buscetta, di Contorno, di Calderone, non vi sono contestazioni: tutto un discorso che fila, mai un rilievo, mai una contraddizione fatta rivelare dall’imputato». E ancora: Di Pisa accusò Falcone di condotte «di inaudita gravità» e di «stravolgere le regole e le competenze istituzionali», nonché di «intrecci e alleanze con i giornalisti».
Accuse che toccheranno, uguali identiche, ai successori di Falcone, cioè a Caselli e ai suoi uomini, ai quali verrà addirittura rinfacciata «l’eredità di Falcone», divenuto ­ dopo morto ammazzato ­ un cadavere da gettare addosso a chi aveva raccolto la sua eredità. Ora si fa un altro passo indietro: si premia chi quelle accuse lanciava non a Caselli e agli altri pm antimafia che hanno avuto il torto di restare vivi, ma all’eroico Falcone. Del resto, oggi, il nuovo eroe è Vittorio Mangano

L’Unità - 18 luglio 2008


-- Marco Travaglio


Un vecchio articolo di Marco Travaglio che fa il punto della situazione, sempre sulla strage di via D'Amelio, l'omicidio del giudice Borsellino, ed i retroscena politici dell'epoca.

Ancora “non abbassare la guardia”. Ancora “non lasciare nulla di intentato”. Ancora “farepiena luce”. Ancora “il dovere di onorare la memoria”. Ancora “il “commosso e deferente omaggio”. Ancora i “valori fondanti della Repubblica”. Ancora parole, milioni di parole vuote e stanche per commemorare per la quindicesima volta le vittime di via d’Amelio, come 57 giorni fa quelle di Capaci. Ormai, più che una commemorazione, è una passerella di wandeosiris a favore di telecamera che, mentre son li che lacrimano, pensano alla carriera, alle primarie, alle elezioni, o magari a non far tardi all’appuntamento col capomafia. L’altro giorno, come ogni anno da 15 anni, s’è fatta un giretto a Palermo la commissione Antimafia, quella che per combatter meglio la mafia ha imbarcato due corrotti conclamati. Il solito tour per la città, la solita audizione dei pm della Dda, ma avendo cura di non chiedere nulla su mafia & politica: pare brutto parlare di corda in casa dell’impiccato. Del resto, mica deve occuparsi di mafia e politica, la commissione parlamentare antimafia. Né tantomeno dei mandanti occulti delle stragi che, 15 anni dopo, sono ancora a piede libero. L’illustre consesso è molto interessato ai rapporti tra i boss palermitani e alcuni antichi ruderi della Cosa Nostra italoamericana. Roba forte, roba che scotta. Un po’ di folklore per rimpiazzare i pizzini in codice di Provenzano col contorno di dentiere, cicorie, pannoloni e ricottine su cui s’è campato un anno, ora che si scopre che non c’era nessun codice cifrato (e ora chi lo dice al pm Prestipino, che sul “Codice Provenzano” ha appena scritto un libro?). Finirà che lo faranno scappare, il vecchio Binnu, per poterlo ricatturare un’altra volta e imbastirci sopra qualche decina di premiazioni, decorazioni, fiction e speciali “Porta a Porta ”. Sempre per parlar d’altro. Sempre per distrarre l’attenzione dalle cose serie, che ormai sembrano interessare solo ai familiari delle vittime, quasi che la scoperta dei mandanti fosse una questione privata. Agnese Borsellino, vedova di Paolo, ha finito le lacrime, ma soprattutto le parole. Rita, la sorella, riesce ancora a dire: “Dov’è la politica nella lotta alla mafia? Io la cerco, ma non riesco a trovarla”. Salvatore, il fratello, ha scritto una lettera aperta a chi, 15 anni dopo, deve ancora delle risposte alla memoria di Paolo. Come l’allora procuratore Giammanco, che “non dispose la bonifica né la zona di rimozione in via d’Amelio”. Come l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino , ora vicepresidente del Csm, che - risulta dall’agenda grigia del giudice - “incontrò Paolo nei giorni immediatamente precedenti la sua morte”. Borsellino fu chiamato due volte al Viminale mentre interrogava il pentito Gaspare Mutolo, intenzionato a raccontargli qualche decennio di mafia-politica-istituzioni e a parlargli per primo di Andreotti e Bruno Contrada. La prima fu il 1 luglio, quando Borsellino incontrò Mancino e il capo della Polizia Parisi. La seconda - lo confermarono un uomo della scorta e lo stesso Parisi in due interviste ritrasmesse ieri da Arcangelo Ferri su Rainews24 - rivide il capo della polizia. Una delle due volte, vide anche Contrada e, parola di Mutolo, tornò “sconvolto”. Mancino “esclude” l’incontro ma non “un saluto”. Strano: testimonianze unanimi parlano di una convocazione improvvisa al Viminale che costrinse Borsellino a lasciare a metà l’interrogatorio. Salvatore Borsellino chiede “uno sforzo di memoria” ai tanti smemorati dal 1992, quando “nello studio di un ministro fu prospettato a Paolo un patto di non belligeranza tra Stato e mafia, e Paolo sdegnosamente si oppose”. Quando due ufficiali del Ros, Mori e De Donno, andarono a trattare con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, perché facesse da tramite con i corleonesi. Cioè con chi aveva appena ammazzato Falcone , di lì a poco avrebbe ucciso Borsellino e l’anno dopo avrebbe messo a ferro e fuoco l’Italia con le bombe di Roma, Milano e Firenze. Quando, secondo la Procura di Caltanissetta, uomini dei servizi segreti ebbero parte nelle stragi. Al governo, tra il ‘92 e il ‘93, c’era Amato. Ministri dell’Interno e della Difesa, Scotti e Andò. Sono tutti e tre nel centrosinistra, come Mancino. Se non seppero nulla di quelle trattative, furono dei pessimi ministri. Se ne seppero qualcosa, furono altrettanto pessimi. Ma chi sa, 15 anni dopo, potrebbe finalmente spiegarci cos’accadde in quei mesi terribili.

"ULIWOOD PARTY" - 20 luglio 2007


-- Marco Travaglio

Il caso Borsellino: la versione di Mancino

Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, mi ha fatto una lunga telefonata per rispondere all' Uliwood party di venerdì sulla morte di Paolo Borsellino. Mi ha spiegato di aver ricontrollato la sua agenda del 1992 e di non avervi trovato alcun appuntamento col giudice poi assassinato. Mi ha ribadito di non averlo mai incontrato di persona, anche se non può escludere che, nella concitazione di quel giorno - la cerimonia del suo insediamento al Viminale - l’allora capo della Polizia Parisi gliel’abbia presentato fugacemente per una stretta di mano. Ma ha escluso di avere avuto con lui un colloquio anche brevissimo. Mi ha detto di aver già riferito queste circostanze per ben due volte alla Procura di Caltanissetta e s’è dichiarato dispiaciuto e stupito per la lettera aperta di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che lo chiamava in causa a proposito dell’agenda del giudice, che in data 1 luglio ‘92 annotava un appuntamento col ministro dell’Interno. Mi ha aggiunto di non aver mai saputo nulla di trattative tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra («se me le avessero proposte, come in un caso un autorevole personaggio aveva fatto a proposito della camorra, le avrei respinte con forza al mittente»). Ora, fermo restando che avevo chiesto anche a Mancino, come agli altri ministri che gestirono i servizi segreti e l’ordine pubblico nei mesi roventi delle stragi e delle trattative tra Stato e mafia, uno sforzo supplementare di memoria proprio in risposta alla lettera aperta di Salvatore Borsellino, ringrazio il vicepresidente Mancino per la tempestività e per la cortesia della sua risposta. E mi auguro che le altre autorità o ex autorità chiamate in causa dal fratello di Borsellino facciano altrettanto, per illuminare i tanti buchi neri che ancora costellano quella storia di terrore e di sangue.